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Trapani, Mazzarella: ‘Da medico sono contrario alla ripresa’

Dopo 45 anni il responsabile dell’area sanitaria dei granata rassegna le sue dimissioni, a causa del rigido protocollo sanitario imposto per la ripartenza, e si dichiara contrario alla ripresa dei tornei

Sono troppe le responsabilità a cui andranno incontro i medici sportivi, e questo il dottor Giuseppe Mazzarella, storico medico del Trapani, lo sa bene. Ed è lui stesso a spiegare – ai microfoni di Telesud – quali sono le motivazioni che lo hanno portato a rassegnare le sue dimissioni.«Lascio perché il ministro dello Sport, Spadafora, l’altra sera nelle sue dichiarazioni avrebbe attribuito a noi medici sportivi, medici sociali, e medici responsabili di ogni società di calcio, la responsabilità anche penale di qualsiasi problema dovesse presentarsi in corso di ripresa di preparazione collettiva. Io ritengo che questo protocollo, che è stato attuato, sia inattuabile per vari motivi, innanzitutto per la nostra realtà del sud, e poi perché sarebbero delle spese enormi per la società. Quando si pensa che si dovrebbero attuare tre tamponi la settimana, tutti i test sierologici, consideriamo allora in un paio di mesi quello che significa tutto questo per una società».

«Alle mie dimissioni – conclude Mazzarella hanno fatto seguito contemporaneamente quelle del medico sociale, dottor Ettore Tocco, che da dieci anni rappresenta per me un validissimo collaboratore. Sono stato in contatto con gli altri colleghi delle squadre di serie B i quali, dietro questa mia decisione, sono già intenzionati a rassegnare le dimissioni. Ho avuto contatti con il professore Castellacci, ex medico della Nazionale italiana, il quale rappresenta il  presidente in campo nazionale dei medici sportivi, che è stato intervistato ed ha presentato quelli che sono i problemi attuali di questo protocollo. Voglio dire che, da medico, sono contrario, con gli altri colleghi, alla ripresa del campionato perché in un momento così importante, critico, di contagi ancora possibilissimi, fare ripartire il mondo del calcio, che rappresenta uno sport di alto contatto tra i giocatori e per l’entourage che gravita attorno ad essi, rappresenta un rischio enorme perché non si considera soltanto il momento attuale della preparazione, ma nel momento in cui dovesse iniziare nuovamente il campionato interrotto, consideriamo che ogni squadra, ogni gruppo formato da almeno quaranta persone si deve spostare in altre parti d’Italia, soprattutto in Lombardia, nel Veneto, già considerate zone rosse ad altissimo rischio che cosa potrebbe succedere, quindi corriamo il rischio di fare contagiare giocatori che magari sono stati fino a quel momento esenti. Secondo me no. Ancora il Governo non ha la forza di poter dire francamente chiudiamo con il calcio perché ci sono troppi interessi che gravitano attorno a questo sport, e la Federazione cerca di arrampicarsi sugli specchi.Ritengo che sia impossibile anche per la stessa serie A».

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